SUMMIT DELLA TERRA

Questo importantissimo evento fu realizzato per la prima volta nel 1992 a Rio de Janeiro e organizzato dalle Nazioni Unite.

Questa fu la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Vi parteciparono infatti 172 governi e 108 capi di stato e di governo.

Questo incontro ebbe da subito un ottimo riscontro e un grande impatto in ambito delle scelte politiche e di sviluppo che vennero fatte successivamente. Furono trattati svariati argomenti: Il primo fu la crescente scarsità dell’acqua, poi le risorse di energia alternativa per rimpiazzare l’utilizzo smisurato di carbon fossile, l’esame sistematico dei modelli di produzione (soprattutto per limitare le tossine prodotte per esempio dal gasolio, dal piombo o da rifiuti particolari) e infine, un quadro sui sistemi di pubblico trasporto, finalizzati a ridurre le emissioni dei veicoli, la congestione stradale, che si verifica nelle grandi città e ovviamente per ridurre se non eliminare i problemi che lo smog causa alla salute.

Un importante risultato della Conferenza fu l’accordo sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che a sua volta portò, alcuni anni dopo, alla stesura del protocollo Kyoto. Ci fu anche un accordo anche per “non installare attività produttive in terre abitate da indigeni tali da degradare l’ambiente in cui vivono o da risultare inappropriate culturalmente”.  La Conferenza di Rio, inoltre, produsse svariati documenti ufficiali, di grande importanza: Dichiarazione di Rio sull’ambiente e sullo sviluppo, Agenda 21, Principi sulle foreste, Convenzione sul cambiamento climatico e Convenzione sulla diversità biologica.

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LA GRANDE TRAGEDIA, CHERNOBYL

In occasione della giornata della terra, tenutasi il 22 aprile, ci è sembrato doveroso ricordare una delle tragedie che ha segnato maggiormente il nostro pianeta, l’esplosione del quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl.

L’esplosione di una delle centrali nucleari più produttive di tutta la repubblica sovietica, avvenuta il 26 aprile 1986, segnò l’inizio di una nuova era.

L’inesperienza, la ricerca di una promozione e la censura portarono a degli errori umani che sfociarono in una vera e propria devastazione.

L’esplosione fu dovuta ad un’esercitazione sbagliata di un protocollo di sicurezza, il reattore venne infatti portato a delle condizioni critiche, ma non vennero seguite adeguatamente le istruzioni, in più il tutto venne svolto da uomini poco istruiti che avevano saputo dell’esercitazione la sera stessa.

Purtroppo la tragedia fu legata soprattutto ad un malfunzionamento delle barre di controllo del reattore, purtroppo questo malfunzionamento era noto a pochi, talmente pochi che gli impiegati della centrale di Chernobyl non ne erano a conoscenza.

I reattori nucleari di tipo RBMK utilizzano l’uranio 238, elemento altamente radioattivo.

Quest’ultimo per iniziare la fissione, ovvero la scissione del nucleo in due atomi attraverso un “bombardamento” di neutroni liberando così tre neutroni ed energia, deve essere contenuto in un involucro di grafite che innesca la reazione, questo involucro prende il nome di nocciolo.

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FUOCO AL CIELO: UN LIBRO GRAFFIANTE CHE VI LASCERÀ SENZA FIATO

Il romanzo “Fuoco al cielo” è stato per la prima volta pubblicato nel 2019 da Viola di Grado. L’autrice, nata a Catania il 4 giugno 1987, con la sua prima opera, “Settanta acrilico trenta”, è stata la più giovane vincitrice del Premio Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega. Anche Fuoco al cielo è stato selezionato per il Premio Strega, ma purtroppo non è rientrato nella rosa dei 12 semifinalisti.
Il libro si ispira a due catastrofi ambientali realmente accadute: l’incidente dell’impianto di Majak del 1957 ed il trasporto della polvere dei sedimenti radioattivi inizialmente depositati sul fondo del lago Karačaj.
A causa di esse i territori di Kyštym, Ozërsk, Kasli e tutta l’Oblast’ di Čeljabinsk, furono evacuati. Sarebbe dovuta
essere evacuata anche la città di Musljumovo, ma per mancanza di fondi ciò non fu possibile.
È proprio in questa città che vivono i due protagonisti di questa storia, Tamara e Vladimir, che da due anni ormai consumano un amore tossico, si potrebbe dire malato. Tamara è una donna di circa quarant’anni che ha vissuto da sempre a Musljumovo e perciò ha assistito ad entrambe le catastrofi che hanno provocato la morte di entrambi i genitori. Vladimir, invece, ha scelto di vivere in questo villaggio per il sentimento che prova verso Tamara. Ella, però, essendo stata per tutta la vita esposta a radiazioni, ha un corpo malato, e perciò il bambino che concepiscono muore dopo pochi minuti dalla sua nascita. Ciò provoca una tristezza nella coppia, che non trova più le forze di riprendersi: pagina dopo pagina, il lettore si trova di fronte al vortice che risucchia Tamara, rendendola addirittura pazza.
Personalmente ho adorato questo libro, perché con i suoi toni graffianti riesce a coinvolgerti in questa triste storia, a farti provare le stese emozioni che provano i protagonisti.
Sono rimasta scioccata nel venire a conoscenza che il governo russo, nonostante fosse consapevole dei danni che la centrale nucleare stava provocando su così tanta gente, ha deciso di non divulgare i dati preoccupanti per continuare a trarne profitto.

Inoltre, mi ha veramente colpita la scelta di Tamara di non abbandonare il suo villaggio per rimanere più vicina ai suoi defunti, perché personalmente credo che non l’avrei presa, anche se consapevole che il “veleno” mi era già entrato nelle ossa.
Mi ha impressionata la storia d’amore raccontata in queste pagine, la scelta di Vladimir di rimanere a fianco a Tamara anche se ben consapevole di ciò che lo aspettava, ma soprattutto per il sentimento forte provato da entrambi che, seppur sapendo che la loro relazione fosse tossica non riuscivano a staccarsi ed a stare lontani.
In conclusione sento di poter consigliare questo meraviglioso libro a tutti, ma di doverli avvertire di tenersi forte, perché sicuramente il connubio tra l’ambiente e la storia amorosa non lascerà indifferenti…

Sara Denti V C

Perchè il DDL Zan deve essere approvato il prima possibile?

Prima di capire ciò, andiamo a fondo su cosa sia effettivamente il DDL Zan, cercando di capire i punti di vista sia di chi la approva e sia di chi invece, sta facendo di tutto affinchè ciò non avvenga.

Il disegno di legge Zan, presentato il 2 maggio 2018, propone tre modifiche a tre articoli già presenti nel nostro codice penale.

Modifica all’articolo 604-bis, in materia di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

La modifica proposta da Alessandro Zan consiste nell’aggiungere all’articolo le diciture “oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”

Lo stesso vale per l’articolo 604-ter del codice penale, in materia di circostanza aggravante.

L’ultima modifica è quella proposta per la legge Mancino, che prevede il carcere per chi incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, estendendola anche ai reati di violenza fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’abilismo.

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La Lotta va avanti

Dalle parole ai fatti. Dopo una riunione dell’8 Marzo sugli spazi giovanili, il 23 Aprile siamo scesi in piazza dinnanzi il VII Municipio del Comune di Roma. La pioggia ci ha accompagnato ma è stata anche la dimostrazione della forza con la quale lottiamo, infatti c’era un grandissimo numero di persone alla manifestazione, nonostante il maltempo. Una voce si è subito alzata, una voce giovane ma forte, che ha voluto gridare il motivo per cui stavamo lì “Non è tollerabile che gli spazi dei giovani vengano chiusi, essi dovrebbero, invece essere ben finanziati. Sono ciò che resta ai giovani, la scuola ormai ha certificato il suo declino anche con il curriculum dello studente”. Dopo queste parole si è aperto un ballo. A ballare erano ragazze e ragazzi di un centro giovanile chiuso da poco, nei loro occhi il senso di libertà che provavano mentre ballavano e la volontà di far comprendere l’importanza delle libere attività rimaste senza spazi. E’ stato poi il turno di diversi esponenti delle varie realtà politiche territoriali che hanno esposto le loro idee e la drammaticità di ciò che sta accendendo. Tutti siamo colpiti da questa crisi ma non dobbiamo abbatterci. Anche nei momenti più bui della storia c’è sempre stata una garanzia: la Lotta. Essa è perpetua, ci permette di andare avanti e di ottenere diritti e giustizia.

                                                                                          Emanuele De Dominicis V C

“Roma città aperta”, opera cinematografica realizzata tra le macerie rimosse dall’esempio di chi non morì invano

L’espressione città aperta si riferisce a una città ceduta alle forze nemiche senza combattimenti con lo scopo di evitarne la distruzione. La dichiarazione di “città aperta” riguardante Roma (del 14 agosto 1943) fu unilaterale e fatta solo dalle autorità italiane: i tedeschi non firmarono mai la dichiarazione che, quindi, non venne riconosciuta dagli Alleati nonostante la presenza del Vaticano. Di conseguenza gli Alleati bombardarono Roma 52 volte dal 19 luglio 1943 al 4 giugno 1944. L’occupazione tedesca di Roma città aperta risparmiò (da parte tedesca) il patrimonio storico e architettonico della città ma fu durissima per la popolazione (deportazioni di militari italiani e degli ebrei, la prigione di via Tasso, le Fosse Ardeatine, ecc.).

“Roma città aperta” (Anno 1945 – regista Roberto Rossellini) ha fatto la storia del cinema, è stata la prima opera cinematografica a parlare, senza velature o distorsioni politiche o socioculturali, della realtà del tempo in cui veniva girato, all’opposto delle menzogne propagandistiche dei cinegiornali fascisti di appena due anni prima e dei banali sentimentalismi della contemporanea cinematografia americana e mondiale che, ipocritamente, continuò a coinvolgere emotivamente il pubblico con drammi fatti di vicende amorose alla “Via col vento”, in contesti storici falsati o totalmente ignorati come, ad esempio, la condizione reale degli schiavi afroamericani, ai tempi della guerra civile americana. “Roma città aperta” dà l’input alla nascita del “Cinema Neorealista”, che non racconta per creare miti del cinema alla Clark Gable o James Dean, ma racconta la vita, le persone, la fame, la morte, l’ingiustizia, le innegabili cose che molta gente può testimoniare di aver visto (come fucilazioni, torture e bombardamenti) e per le quali altri registi mostrano indifferenza, fingendo di ignorarne l’esistenza. I temi trattati sono l’occupazione nazista di Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la resistenza romana, i rastrellamenti come reazione agli attacchi da parte dei partigiani e le fucilazioni di centinaia di cittadini senza colpe col criterio del rapporto di 10 : 1 (non solo adottato nella strage delle Fosse Ardeatine, in risposta a quella subita in via Rasella ad opera dei GAP, ma anche in seguito a singole uccisioni di soldati tedeschi avvenute in precedenza).

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IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

La Festa della Liberazione in Italia si festeggia ogni anno il 25 aprile.
Dall’anno 1946 in questa giornata si ricorda la liberazione d’Italia dal
governo fascista e dall’occupazione nazista del paese. La Festa del 25 aprile
è conosciuta anche come anniversario della Resistenza, una festività
dedicata al valore dei partigiani di ogni fronte che, a partire dal 1943,
contribuirono alla liberazione dell’Italia.
L’azione della Resistenza italiana fu coordinata dal CLN (Il Comitato di
Liberazione Nazionale). Le formazioni partigiane si distinguevano a loro volta per orientamento politico: vi erano le brigate Garibaldi (comuniste), le Matteotti (socialiste) e Giustizia e libertà (partito d’azione). Grazie
all’attività di questi gruppi, a cui si affiancò la partecipazione diretta della
popolazione civile, molte zone furono liberate dai partigiani prima
dell’arrivo degli alleati. Rivestirono grande importanza anche altre forme
di resistenza.

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L’ITALIA LIBERA

Vi siete mai chiesti perché il 25 aprile si celebra la Festa della Liberazione?

L’Italia ha preso parte alla Seconda Guerra Mondiale, inizialmente sotto la guida di Benito Mussolini e in alleanza con la Germania nazista di Hitler.

Nel 1943, Re Vittorio Emanuele III fece arrestare il Duce e firmò l’armistizio con gli anglo-americani che portò a una rappresaglia tedesca nei confronti dei nostri connazionali e all’occupazione di gran parte dell’Italia, oltre alla liberazione di Mussolini che creò la Repubblica di Salò nel centro-nord d’Italia.

Da quel momento si creò una doppia guerra: tra Alleati e forze nazifasciste, tra i partigiani della Resistenza e repubblichini.

Il 25 aprile è il giorno in cui ogni anno in Italia si celebra la Festa della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945.

L’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò in un solo giorno ma si considera il 25 aprile come data simbolo perché quel giorno coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano per riprendere le città.

La decisione di scegliere il 25 aprile come “Festa della Liberazione” fu presa il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio stabilì che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata in modo definitivo con la legge n. 269 del maggio 1949.

Anche il nostro quartiere è stato protagonista di una delle più grandi stragi compiute a Roma durante la guerra: il rastrellamento del Quadraro (17 aprile 1944) che è stato il secondo rastrellamento per numero di arrestati dopo quello del ghetto ebraico ed è avvenuto poco più di tre settimane dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Vanda Prosperi, 84 anni, una delle ultime testimoni oculari del rastrellamento del Quadraro racconta: “Quando vedi una scena così – ti strappano tuo padre dalle braccia, gli puntano dei fucili addosso e se lo portano via – non te ne dimentichi più.

Avevo sette anni quando le truppe dell’esercito tedesco circondarono la palazzina di via degli Arvali dove vivevo. Ho visto una sfilza di soldati tedeschi schierati con i fucili spianati, mio padre si stava preparando per andare a lavorare e i soldati lo sorpresero proprio mentre usciva dal bagno, gli puntarono i fucili al petto e gli ordinarono di seguirli.

Lo spinsero giù dalle scale insieme agli altri uomini del palazzo e dopo averli fatti salire su dei camion furono portati prima al cinema Quadraro su via Tuscolana, dove li identificarono e li schedarono, successivamente furono tenuti prigionieri per alcuni giorni a Cinecittà. Infine, furono trasferiti con i treni a Terni e al campo di transito di Fossoli, vicino a Modena. Da lì nel nord della Germania, dove furono “comprati” da imprenditori locali che li impiegarono nelle fabbriche chimiche e siderurgiche del terzo reich, furono chiamati “Gli schiavi di Hitler”.

“Se con la mente potessi stampare una fotografia… Nella mia testa quella scena mi è rimasta impressa per tutta la vita”.

Urioni Martina, Venere Francesca IV F

Festa della Liberazione al Quadraro

Grazie alla sezione A.N.P.I. “Nido di vespe”, che ha organizzato la commemorazione, quest’oggi, 25 Aprile 2021, sono stati deposti dei fiori in via dei Quintili, nel quartiere Quadraro di Roma, sotto la targa in cui vengono ricordati i nomi di cinque partigiani morti nella lotta contro il nazi-fascismo.

Durante la manifestazione prende la parola Walter di Cesare, scrittore del libro “Borgata ribelle” in cui racconta la storia dei partigiani a cui è dedicata la targa, Goffredo Romagnoli, Gastone Gori, Leonardo Buttice, Gaetano Butera, Adolfo Bonfanti -abitanti del Quadraro, nati qui o militanti venuti dalla Sicilia, ospitati dagli altri compagni-. Quattro di loro vennero arrestati nel 1944 dopo aver svolto un’azione partigiana all’aeroporto di Ciampino, portati a via Tasso e successivamente a Regina Coeli, in attesa di giudizio. Finirono anche loro nella lista dei fucilati alle Fosse ardeatine. Adolfo, socialista, che non venne arrestato insieme ai compagni, fuggì dal treno mentre lo portavano al campo di concentramento: morì successivamente, il 4 ottobre 1944, in combattimento.

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LE VIOLENZE SULLE DONNE NELLA PANDEMIA

La violenza maschile sulle donne assume molteplici forme e modalità, soffermiamo la nostra attenzione sulla violenza domestica, la quale è esercitata in ambito familiare attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici.

La violenza familiare non avviene solo nei confronti di individui adulti ma anche con abusi sessuali su minorenni che non sono in grado di cogliere il significato di quanto viene compiuto su di loro.

Gli abusi sessuali tra i familiari avvengono soprattutto sulle figlie da parte delle figure maschili della famiglia e questi possono arrivare alla violenza estrema dell’incesto.

La violenza domestica contro le donne è aumentata durante l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia. Il lockdown da marzo a maggio e le ulteriori misure restrittive sono il caro prezzo che molte donne devono pagare e ciò va a colpire soprattutto il loro equilibrio psicofisico.

Riportiamo la storia di una vittima che ha subito violenze da parte di suo marito durante la pandemia: Giulia ha perso il suo posto di commessa in un negozio di abbigliamento a inizio marzo. Stessa sorte è capitata al marito che nella convivenza forzata ha esasperato la sua aggressività verso la moglie.

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